Dal 6 all’8 aprile 2017, a Genova, prende il via la XVII edizione del Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici. Durante i tre giorni del simposio (il cui tema è: “Tecnologia e Persona: la sfida dell’Innovazione”; il programma: www.convegnonazionaleaiic.it) oltre 1.300 specialisti nell’ambito della sanità digitale analizzeranno le innovazioni “utili” nell’ambito delle tecnologie sanitarie avanzate. Abbiamo chiesto a Lorenzo Leogrande (presidente AIIC) di introdurci alle tematiche dei lavori.

D: L’innovazione, spesso, si colloca in una prospettiva lontana e distante dalla quotidianità. L’AIIC, invece, punta ad approfondire l’innovazione reale in sanità. Presidente Leogrande: in che modo il digitale contribuisce già al miglioramento della salute dei cittadini?

Quando l’AIIC parla di innovazione lo fa sempre tenendo al centro dell’attenzione la persona verso cui la tecnologia può realizzare miglioramenti nel modo di vivere, di operare, di rapportarsi al mondo. La persona è il paziente, ma anche l’operatore, il clinico, il responsabile dell’organizzazione. Come Associazione quindi noi siamo fortemente concentrati sia sull’obiettivo di testare e “sdoganare” nuove tecnologie che siano in grado di provocare davvero un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, sia a riflettere su tecnologie esistenti che magari non hanno ancora dato completamente il proprio apporto alla salute. Lo vediamo sia quando si tratta di grandi apparecchiature ospedaliere, che quando si parla di app mediche a disposizione dei cittadini. In questo senso il digitale è un caposaldo del miglioramento, a patto che sia gestito e verificato da chi ha le competenze per inserirlo in percorsi di cura e protocolli affidabili.

D: Per quanto l’innovazione migliori la salute delle persone, troppo di frequente – però – appare in contrasto con la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale. La Digital-Health potrebbe rappresentare una soluzione efficace?

Quando si parla di “digital health” sicuramente si parla di soluzioni che possono fare la differenza in un SSN gravemente appesantito da costi e da tagli. Le soluzioni migliori di sanità digitale come sappiamo sono quelle che abbinano affidabilità, autentica innovazione, interconnessione e sostenibilità. Però occorre che il Servizio Sanitario sappia collocare tutto questo in una prospettiva chiara, in decisioni di ampio respiro. Per questo alla base della scelta di puntare sul digitale ci stanno scelte politiche precise che sappiano comprendere il valore del contenimento dei costi realizzato anche in tempi medio-lunghi.

D: La digitalizzazione in ambito sanitario genera una enorme mole di dati, a volte anche strettamente personali. Come si può garantirne la sicurezza?

Quello della riservatezza e protezione dei dati clinici è uno dei grandi argomenti del tema della cosiddetta “cybersicurezza” che non è tanto il problema riferito al furto del singolo profilo clinico di un paziente o di una cartella clinica. Oggi si parla di macro-sistemi, di cloud nei quali si depositano profili di decine di milioni di persone. E’ chiaro che in questo modo cambiano le problematiche, perché occorre chiedersi a chi possono interessare questi dati. Ci si sposta così nel settore del controllo e del possibile hackeraggio dei dati personali a fini assicurativi, di politica economica, persino di terrorismo internazionale. Per questo abbiamo voluto dedicare a questo argomento una sessione specifica del nostro Convegno di Genova, con alcuni dei massimi esperti italiani ed internazionali del settore.

D: La ricerca traslazionale si pone l’arduo obiettivo di trasformare i risultati delle ricerche sperimentali in applicazioni. Per rendere più fluido questo passaggio in che modo possono (e devono) collaborare università e industria?

Noi siamo convinti che si debba entrare in una fase in cui tutti i soggetti coinvolti debbano davvero essere collaborativi, se vogliamo preservare il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Credo che quindi occorra un nuovo patto tra università, ricerca, aziende, istituzioni, agenzie regolatorie, clinici e pazienti per far si che l’innovazione tecnologica possa anche in Italia essere sviluppata e vedere il mercato. Non dimentichiamoci che all’estero l’innovazione in sanità è un’industria che genera benessere e valori economici importanti. L’Italia non può restare al palo, anche sapendo che abbiamo intelligenze, centri di ricerca e sviluppo di primissimo livello e centri di cura in grado di utilizzare le innovazioni al massimo delle loro potenzialità. Da questo punto di vista auspichiamo che sia definito e valorizzato il ruolo dell’ingegnere clinico come interlocutore diretto del mondo clinico: solo così – con il coinvolgimento diretto della nostra professione che necessita di un preciso riconoscimento istituzionale – si può definire un processo di innovazione ben governato, ben implementato e ben finalizzato.