Ricerca scientificaIndustria farmaceutica: 243 brevetti italiani finiscono all’esteroTweet this

L’italia è all’ottavo posto nel mondo, per qualità e quantità di studi scientifici prodotti all’anno; tuttavia solo una minima quantità di questi si traduce in brevetti. I brevetti sono l’anticamera della produzione industriale e quest’ultima comporta ricchezza.

Molti dei migliori ricercatori italiani – i cervelli in fuga – decidono di trasferirsi nei Paesi in cui la ricerca si trasforma più agilmente in produzione: la Danimarca ha una capacità nove volte maggiore dell’Italia di trasformare i brevetti in farmaci, gli Stati Uniti ci superano di 7 volte, mentre Germania, Francia e Spagna di “sole” quattro volte.

In pratica, la fuga dei cervelli costa all’Italia ben oltre 1 miliardo di euro all’anno, pari alla cifra che fruttano annualmente i 243 brevetti prodotti dai ricercatori italiani all’estero.

 

Ricerca scientifica, università e aziende farmaceutiche

Una risposta per invertire tale tendenza proviene dal Laboratorio di Ricerche Biomediche di Catania, frutto di una collaborazione pubblico-privato che vede impegnate l’Università di Catania, l’Università La Sapienza di Roma ed Eli Lilly, e può inoltre contare sui fondi europei del PON (Programma Operativo Nazionale) per il primo progetto portato avanti. Il Laboratorio, aperto da circa due anni, coniuga le eccellenze scientifiche delle due Università al know how dell’azienda farmaceutica. Lo scopo di tale collaborazione è fornire alla ricerca scientifica i finanziamenti necessari per trasformare le nuove scoperte e in brevetti e quindi produzione industriale.

Il Laboratorio di Ricerche Biomediche di Catania, in pratica, si propone di valorizzare il lavoro dei ricercatori italiani, dare alle loro scoperte uno sbocco pratico. L’iniziativa potrebbe contrastare il crescente fenomeno della “fuga dei cervelli” e consentirebbe di sfruttare in Italia il frutto dei brevetti dei nostri ricercatori

«Per invertire la tendenza – afferma Giacomo Pignataro, rettore dell’Università di Catania – l’impegno delle istituzioni formative e di ricerca dev’essere volto a creare occasioni di crescita e di inserimento, in grado di valorizzare le competenze e le abilità dei nostri giovani laureati».

In appena 24 mesi di attività, il Laboratorio di Catania ha già concluso il primo progetto di ricerca, grazie al quale sono stati sviluppati nuovi kit diagnostici per la valutazione di marcatori del metabolismo osseo, utili per identificare alterazioni del metabolismo scheletrico in soggetti affetti da patologie quali l’osteoporosi. Tale progetto potrebbe assumere una enorme rilevanza sociale, dato che l’osteoporosi affligge quattro milioni e mezzo di persone, solo in Italia.

«Uniti si vince». Con queste parole, Massimo Scaccabarozzi, Presidente di Farmindustria, ha commentato i risultati ottenuti dal Laboratorio di ricerche biomediche. «In un mondo in rapido cambiamento, sempre di più è necessario creare un network innovativo per connettersi alla rete internazionale ed essere competitivi».

L’industria farmaceutica potrebbe rappresentare un modello vincente per innescare una sinergia virtuosa tra istituzioni pubbliche e aziende.

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